Yoga e mistica regressione o sviluppo?

  • Il significato del percorso yogico. Quale messaggio dare.


Yoga Torino

Tesi:Yoga e Mistica

Regressione o sviluppo

A cura di Sergio Chieregato

Dopo una prima esperienza intorno ai vent’anni, allora lo yoga era quasi sconosciuto ai più, mi sono riavvicinato allo Yoga, ed alla sua pratica, alcuni anni fa in occasione di singolari momenti della mia vita nei quali ero chiamato a particolari performance, come il superamento dell’esame di stato che mi avrebbe permesso, se superato, di esercitare la professione di psicologo. L’incontro con il maestro Dott. James Eruppakkattu, indiano, è avvenuto su consiglio di un mio carissimo professore e psicoterapeuta. La motivazione di fondo era dettata dal mio temperamento particolarmente impulsivo, e dall’esigenza di raggiungere un maggior equilibrio emotivo di fronte all’ansia che la prova avrebbe determinato. L’obiettivo era allora limitato all’esigenza di trovare un maggiore equilibrio tra la mente ed il corpo al fine di raggiungere una maggior pacificazione complessiva, una buona centratura, e capacità di concentrazione.

A differenza della prima esperienza nella quale l’insegnante rimaneva assolutamente in silenzio mentre proponeva le ‘asana’, e ciò rispondeva alla mia originale idea che lo yoga fosse essenzialmente una tecnica studiata per raggiungere un maggior equilibrio interno mente/corpo, il maestro James parlava molto, prima, durante, e dopo le ‘asana’. Il suo interloquire non era solo relativo alle istruzioni per eseguire in modo corretto le posizioni e gli esercizi, o ad acquisire una maggiore consapevolezza del nostro corpo ricongiungendo le res extensa alle res cogitans di cartesiana memoria, era soprattutto volto a creare un clima di particolare afflato. Anzitutto durante le immancabili ‘meditazioni’ e/o esercizi di ‘rilassamento’ il Maestro utilizzava termini e metafore che favorivano e producevano una dimensione extracorporea. L’invito pressante era quello di lasciarsi andare e ricongiungersi con un qualche inizio vitale, e con un Dio, seppur non meglio definito, che non può non esistere proprio in considerazione della nostra concreta esistenza. Un Dio che poteva essere inteso come un Dio Sé, come origine e fine di tutto, un Dio senza forma, e senza immagine, dal quale comunque è originato il mondo, mondo intriso di una grande spiritualità. Di qui la convinzione che lo yoga praticato dal maestro James, da lui promosso come quello classico, contenesse una sua mistica, intesa come l’invito a fare un’esperienza di vita interiore che porta il soggetto verso un’intima unione con una realtà superiore, diversa, assoluta, fuori delle forme ordinarie di conoscenza e di esperienza.

Questo approccio che unisce alle tecniche corporee una filosofia della vita fa diventare lo yoga una disciplina totalizzante, e non più ‘solo’ un insieme di tecniche, il Maestro in questo ambito assume un ruolo fortemente, e consapevolmente, ‘pedagogico’! Il maestro James questo ruolo pedagogico lo incarna con grande ‘maestria’, intrattenendo verbalmente i suoi allievi a lungo su diverse tematiche e problematiche della vita, convinto che lo yoga rappresenti la via ‘maestra’ per la soluzione delle stesse.
Non nascondo che questo ‘nuovo’ modo di fare yoga è entrato inizialmente in collisione con il mio credo ‘agnostico’, il mio ‘neo darwinismo’, e l’approccio ‘neo freudiano’ da me sposato sul piano professionale come psicoterapeuta psicoanalitico.

Nonostante questo conflitto e l’iniziale rifiuto ad una proposta che assomigliava molto all’invito ad abbracciare una, per me, nuova religione, con le sue caratteristiche di sacro, e come detto di mistico, esperienze da me abbandonate molti anni fa, c’era qualcosa che mi rendeva questa proposta ‘affascinante’, e mi faceva rimanere.

Credo sia opportuno, e corretto, nei confronti di chi mi legge informarli di quale sia stato il percorso che mi ha portato a queste posizioni.

Forse un po’ per l’aria di grande cambiamento sociale e politico che si respirava fin dalla prima metà degli anni ‘60, mi trovai a partecipare, come giovane volontario, alla costituzione del gruppo di ‘Gioventù Impegnata’, gruppo cattolico ideato da Don Luigi Ciotti al quale poi cambiò il nome in ‘Gruppo Abele’. Oltre all’impegno sociale che ci vedeva presenti con attività ludiche tra i ragazzi disadattati dei quartieri periferici di Torino e all’interno del Carcere minorile ‘Ferrante Aporti’, erano previsti momenti di preghiera, ritiri spirituali, gruppi di confronto, oserei dire molti momenti di ‘meditazione’, pieni di spiritualità!

Quindi il clima di misticismo incontrato nella Scuola Yoga Shanti, non è stato per me una assoluta novità! Il problema nasce dal fatto che proprio quella esperienza giovanile mi ha portato a considerare il ‘sacro’ non come qualcosa che unisce l’umano ma come qualcosa che lo divide. Come egregiamente sostiene Massimo Cacciari in una sua recente intervista “Noi viviamo il termine (sacro) solo in un’accezione specifica, e particolare del termine; inteso ad escludere, sacralizzare nel senso di ‘sacer’ – lontano dal vivere comune il sacer nella sua carica misteriosa, misterica ed iniziatica, elitaria, di nascondimento, separatezza ed allontanamento, e non come lo ieron (la manifestazione del divino in tutta la sua limpida chiarezza, potenza, vitalità).” Infatti lo stesso Massimo Cacciari durante una conferenza a Bose ha sostenuto che il  sacro, a differenza di quello che pensa Mircea Eliade (vedi nota 10) non è affatto una dimensione ‘naturalmente’ umana.

Tutti le proposte, ed i percorsi, che hanno un non so ché di elitario, esoterico, occulto, spirituale, non verificabile sul piano empirico, come riporta S.Freud (1927) ne ‘L’avvenire di un illusione’ il ‘Credo quia absurdumdei Padri della Chiesa, secondo me non rappresentano di per loro un avanzamento, ed una progressione, della specie umana, anzi per me rappresentano un arretramento sul piano sia filogenetico, che ontologico, ‘... l’uomo si conforma a un modello infantile’ (S. Freud, 1927), alla ricerca di un Padre al quale chiedere protezione e formulare domande sul prima e sul dopo … una risposta al perché siamo qua, da dove veniamo, dove andiamo!

Sul piano psicologico rappresenta la ricerca fuori di noi di quello che non abbiamo trovato in noi stessi, o meglio, non ci hanno aiutato a costruire, cioè la fiducia in noi stessi.

"Quante più cose l'uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso ... è l’uomo che fa la religione, e non è la religione che fa l’uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sè e il sentimento di sè dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l’uomo non è un'entità astratta posta fuori del mondo …”, (K.Marx, ‘Manoscritti economico-filosofici’, 1844), quindi “Il Cielo abbandoniamolo Agli angeli ed ai passeri.” (H.Heine, ‘Germania’, 1843)

“Crediamo che sulla realtà dell’universo tramite il lavoro scientifico si possa apprendere qualcosa, qualcosa che servirà ad accrescere il nostro potere e a governare la nostra esistenza. Se questa credenza è un illusione, siamo nella Sua stessa condizione; tuttavia, grazie a numerosi e importanti successi, la scienza ci ha dato la prova di non essere un’illusione.” (S. Freud, ‘L’avvenire di un’illusione’, 1927), a differenza di altre ‘illusioni’! Certo,  si rischia una deriva positivista, ma l’uomo non ha bisogno di divisioni tra chi possiede la ‘fede’, l’eletto, e chi non la possiede, il ‘reietto’, l’‘intoccabile’!

Le parole del Maestro seppur intrise di una certa dose di presunzione, spesso erano mitigate dall’autoironia, nulla era proposto come assoluto, ma tutto era lasciato ad una riflessione condivisa. Gli esercizi proposti, le asana, la respirazione, il rilassamento, e la meditazione, contenevano alcuni concetti e significati che li faceva assomigliare incredibilmente ad altri presenti in psicoanalisi quali l’Io, il sè, e l’inconscio, più che a una religione.

A riprova di quanto riportato, ecco le parole che il maestro James ha registrato come testo per una meditazione:

“Ok, ho deciso di stare un po' di tempo con noi stessi in questo caso partendo con una semplice concentrazione vorremmo possibilmente arrivare nello stato di silenzio profondo volendo, meditazione. Abbiamo parlato meditazione vuol dire Deiva Deiva Centenam pensiero rivolto verso Dio, Dio senza forma, Dio senza le caratteristiche, Dio come l'origine dell'universo, a noi non interessa qual’ è l'origine, l'origine consideriamo come Dio. Vorremmo sintonizzare con quella forza con quella vibrazione con quella frequenza, l'intenzione è quella,  almeno vorremmo...”

Si noterà che vi sono enunciati due concetti per noi molto importanti, Dio e come esso si manifesta.

Sull’idea di Dio parleremo successivamente, per il momento ci soffermiamo sulla sua manifestazione “...Vorremmo sintonizzare con quella forza con quella vibrazione con quella frequenza...”. Manifestazione come capacità dell’uomo di avvertire il sacro.

Freud Scrive: "Tra i precetti della religione mosaica (di Mosè) se ne trova uno che è più importante di quanto non si riconosca a prima vista. E' il divieto di fare immagini di Dio l'imposizione di adorare un Dio, che nessuno può vedere. La mia opinione è che in questo punto Mosè fu ancora più rigoroso della religione di Atòn; forse voleva soltanto essere conseguente (il suo Dio non aveva né nome né volto) e forse era una nuova precauzione contro abusi magici. Ma quando questo divieto fu accettato dovete esercitare un effetto profondo. Esso significa infatti posporre la percezione sensoriale alla rappresentazione cosiddetta astratta un trionfo della spiritualità sulla sensibilità, a rigor di termini una rinuncia pulsionale con la necessarie conseguenze psicologiche. Per convincersi di questo che a prima vista può non sembrare evidente occorre richiamarsi ad altri processi di ugual carattere nello sviluppo della civiltà umana. Di questi il più antico forse il più importante si perde nella notte dei tempi i suoi effetti straordinari ci obbligano ad affermarne l'esistenza. Nei nostri bambini, negli adulti nevrotici, e nei popoli primitivi, troviamo quel fenomeno psichico che possiamo definire come fiducia nella "onnipotenza dei pensieri". A nostro giudizio essa consiste nel sopravvalutare l'influsso che i nostri atti psichici (in questo caso intellettuali) possono avere ai fini di una modificazione del mondo esterno. Fondamentalmente ogni magia, precorritrice della nostra tecnica, riposa su questa premessa. S'inseriscono qui anche tutti gli incantesimi verbali nonché la convinzione del potere connesso con la conoscenza e la pronuncia di un nome. Io presumo che l'"onnipotenza dei pensieri" su espressione dell'orgoglio dell'umanità per lo sviluppo del linguaggio da cui procedeva lo straordinario accrescersi delle attività intellettuali. Si schiuse il nuovo regno della spiritualità nel quale rappresentazioni ricordi e deduzioni diventano determinanti, in contrasto con l'attività psichica inferiore che aveva per contenuto le percezioni immediate degli organi di senso. Fu certo una delle tappe importanti sulla via dell' ominazione.​..Ci troviamo di fronte a questo fenomeno nello sviluppo dell'umanità la sensibilità è gradualmente sopraffatta dalla spiritualità, e per ogni progresso si fatto gli uomini si sentono orgogliosi e innalzati. Ma non sappiamo dire perché. Inoltre più tardi succede che la spiritualità sia sopraffatta a sua volta dal fenomeno emotivo assolutamente enigmatico della fede. Si tratta del famoso "credo quia absurdum"; anche qui, chi ci è riuscito, lo considera un atto di elevazione. Forse l'elemento comune a tutte queste situazioni psicologiche e qualcosa di diverso. Forse l'uomo ritiene più alto semplicemente ciò che è più difficile, forse il suo orgoglio non è altro che il suo narcisismo reso più forte dalla consapevolezza di aver superato una difficoltà​...” S. Freud “L’uomo Mosè e la religione monoteista” (1934-38)

Una facoltà frutto del ‘delirio’ di onnipotenza che spessa attanaglia noi umani come specie superiore, ed eletta, ad immagine di ‘Dio’.

A questa prima spiegazione legata ad un particolare uso delle capacità intellettive e di ragionamento della specie umana e non ad una presenza a priori del ‘sacro’ , S. Freud, rispondendo a Romain Rolland, che aveva criticato le sue tesi, aggiunge altre spiegazioni, e scrive: “Gli avevo mandato il mio piccolo scritto che tratta dalla religione alla stregua di un'illusione, ed egli mi rispose di concordare in pieno con il mio giudizio sulla religione, ma di dolersi che non avessi giustamente apprezzato la fonte autentica della religiosità essa consisterebbe in un particolare sentimento che, quanto a lui, non lo abbandonerebbe mai, che sarebbe attestato da molte persone da molte altre persone e che gli supporrebbe presente in milioni di uomini; questo sentimento egli vorrebbe chiamarlo senso della “eternità”, un senso come di qualcosa di illimitato, di sconfinato, per così dire di “oceanico”. Si tratterebbe di un fatto puramente soggettivo, non di un articolo di fede; non comporterebbe alcuna garanzia di immortalità personale, ma sarebbe la fonte di quell'energia religiosa che viene catturata incanalata, e indubbiamente poi anche esaurita, delle varie chiese e sistemi religiosi. Soltanto sulla base di questo sentimento oceanico potremmo, a suo parere, chiamarci religiosi, pur rifiutando ogni fede e ogni illusione.

Le opinioni espresse dal mio stimatissimo amico, che una volta in una poesia ha esaltato la magia delle illusioni, mi ha causato non lievi difficoltà per quel che mi riguarda, non riesco a scoprire in me quel sentimento “oceanico”...

Potrei dire che per me ciò che ha piuttosto il carattere di non di una intuizione intellettuale, non certo priva di una sua risonanza emotiva, che comunque si accompagna anche ad altri atti di pensiero di portata analoga. Per quanto riguarda la mia persona non riesco proprio a convincermi della natura primaria di un tale sentimento. Non per questo mi è lecito però contestarle la presenza effettiva in altre persone. Occorre soltanto chiedersi se venga correttamente interpretato e se deve essere riconosciuto come fons et origo di tutti i bisogni religiosi​. Non ho nulla da proporre che possa contribuire in modo decisivo alla soluzione di questo problema. L'idea che l'uomo debba avere conoscenza della propria connessione con il mondo circostante mediante un sentimento diretto immediato, orientato fin dall'inizio in quella direzione, appare talmente strana e si accorda così male con la struttura della nostra psicologia da legittimare il tentativo di una spiegazione psicoanalitica, ossia genetica di tale sentimento. Possiamo quindi disporre della seguente linea di pensiero: normalmente nulla è per noi più sicuro del senso di noi stessi, del nostro proprio Io. Questo Io ci appare autonomo, unitario, ben contrapposto ad ogni altra cosa. Che tale apparenza sia fallace, che invece l’Io abbia verso l'interno, senza alcuna delimitazione netta, la propria continuazione in un entità psichica inconscia, che noi definiamo come Es, e per la quale esso funge per così dire da facciata, lo abbiamo appreso per la prima volta dalla ricerca psicoanalitica da cui ci attendiamo molte altre informazioni circa il rapporto tra Io ed Es. Ma verso l'esterno, almeno, l’Io sembra mantenere linee di demarcazione chiare e nette. Solo in uno stato, in verità eccezionale, ma non tale da poter essere stigmatizzato come patologico, le cose vanno diversamente. Al culmine dell'innamoramento, il confine tra Io e oggetto minaccia di dissolversi. Contro ogni attestato dei sensi, l'innamorato ferma che Io e Tu sono una cosa sola, ed è pronto a comportarsi come se fosse davvero così. Ciò che può contemporaneamente essere revocato ad opera di una funzione fisiologica [cioè: normale], deve naturalmente poter subire un turbamento ad opera di processi morbosi. La patologia ci fa conoscere un gran numero di Stati in cui la delimitazione del Io nei confronti del mondo esterno diventa incerta o in cui confini sono effettivamente tracciato in modo scorretto; ci sono casi in cui parti del proprio corpo, perfino porzione della propria vita psichica, percezioni, pensieri, sentimenti, appaiono come estranei e non appartenenti all’Io; ci sono altri casi in cui al mondo esterno viene attribuito ciò che manifestatamente avuto origine nell’Io e che da esso dovrebbe essere riconosciuto. Così perfino il senso dell’Io è soggetto a disturbi e i confini dell’Io non sono stabili” … “Un ulteriore incentivo al distacco dell’Io dalla massa delle sensazioni, e dunque al riconoscimento di un “fuori” di un mondo esterno, è fornito dalle abbondanti, molteplici, inevitabili sensazione di dolore e dispiacere, che, nell'esercizio del proprio il illimitato dominio il “principio di piacere” ordina di neutralizzare ed evitare. Sorge la tendenza a tenere distaccato dall’Io tutto ciò che può divenire fonte di un simile dispiacere, a respingerlo all'esterno e a formare un puro Io-piacere, al quale si contrappone, minaccioso ed estraneo, il “fuori”. Le frontiere di questo primitivo Io-piacere non possono però eludere le rettifiche derivanti dall'esperienza. Parte di ciò cui non si vorrebbe rinunciare in quanto dispensa piacere è non Io, è oggetto; e parte della pena che si vuole espellere si dimostra invero inseparabile dall’Io in quanto di origine interna. Viene appreso un procedimento in virtù del quale, attraverso un consapevole orientamento delle proprie attività sensoriali e un’opportuna azione muscolare, diventa possibile distinguere fra ciò che è interno, ossia che appartiene all’Io, e ciò che è esterno, ossia che scaturisce da un mondo esterno, e in tal modo viene compiuto il primo passo verso l'insediamento del principio di realtà, al quale spetta negli sviluppi futuri la parte dominante.

Questa differenziazione è ovviamente finalizzata all'interno pratico di difendersi dalle sensazioni spiacevoli già sperimentate da quelle in incombenti. Che, al fine di difendersi da taluni eccitamenti spiacevoli che sorgono dal suo interno, l’Io non applichi metodi diversi da quelli che usa contro il dispiacere proveniente dall'esterno, diventa poi l'elemento scatenante di alcuni rilevanti disturbi patologici. In tal modo dunque, l'Io si distacca dal mondo esterno, anzi, per essere più esatti in origine l’Io include tutto, e in seguito separa da sé un mondo esterno. Il nostro presente senso dell'Io è perciò soltanto un avvizzito residuo di un sentimento assai più inclusivo, anzi di un sentimento onnicomprensivo che corrispondeva a una comunione quanto mai intima dell’Io con l'ambiente. Se possiamo ammettere che - in misura più o meno notevole - tale senso primario dell’Io si sia conservato nella vita psichica di molte persone, esso si collocherebbe, come una sorta di controparte accanto al più angusto e più nettamente delimitato senso dell'Io della maturità, e i contenuti rappresentativi ad esso conformi sarebbero precisamente quelli dell'illimitatezza e della comunione con il tutto, ossia quelli con cui il mio amico spiega il sentimento “oceanico”. Ma abbiamo il diritto di postulare la sopravvivenza di qualcosa di originario accanto a ciò che in seguito è scaturito?... Se in tal modo siamo assolutamente pronti a riconoscere che un sentimento “oceanico” esiste in molte persone, e propendiamo a ricondurlo a una prima fase del sentimento dell'Io, resta da chiederci quale diritto abbia questo sentimento a venire considerato la fonte dei bisogni religiosi. Questa pretesa non mi sembra convincente. Un sentimento può essere fonte di energia solo se, in quanto tale, è l'espressione di un forte bisogno. Quanto ai bisogni religiosi, la loro derivazione dall'impotenza infantile e dalla conseguente nostalgia del padre mi sembra incontrovertibile, tanto più che questo sentimento non si limita a perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si alimenta di continuo dell'angoscia di fronte allo strapotere del fato. ...La parte spettante al sentimento oceanico, sentimento che potrebbe dirsi volto alla restaurazione di un illimitato narcisismo, viene dunque assai ridimensionata. L'origine dell'atteggiamento religioso può venire individuata nei suoi chiari contorni risalendo al sentimento di impotenza dell'infanzia. Dietro può esserci ancora qualcos'altro, che però mentre avvolto nella nebbia. Posso immaginarmi che in un secondo tempo il sentimento oceanico sia entrato in relazione con la religione. Questo “essere  con il tutto”, che è il contenuto ideativo inerente al sentimento, ci appare come un primo tentativo di consolazione religiosa, come un altro modo di rinnegare il pericolo che l'Io riconosce come minaccia incombente dal mondo esterno. Confesso di nuovo che mi è molto difficile lavorare con queste grandezze a stento afferrabili. Un altro dei miei amici, che un’insaziabile sete di sapere ha spinto a compiere gli esperimenti più stravaganti fino a farne una mente enciclopedica, mi ha assicurato che seguendo le tecniche dello Yoga, estraniandoci dal mondo esterno, concentrando la nostra attenzione sulle funzioni corporee, applicando metodi particolare di respirazione, possiamo di fatto destare in noi nuove sensazioni e sentimenti di comunione, che egli considera regressioni a stati primordiali della vita psichica, da tempo sepolti. In essi egli scorge un fondamento per così dire fisiologico di molte cose sagge che dice la mistica; e con facilità si potrebbero individuare dei rapporti con parecchie modificazioni oscure della vita psichica, con gli stati di trance e le estasi. Ma ancora una volta sono indotto ad esclamare con le parole del Tuffatore di Schiller: “Gioisca, Chi qui respira nella luce rosata.” ... Questo tipo di difesa dal dolore non riguarda più l'apparato sensitivo, in quanto tenta di esercitare un ferreo dominio sulle fonti interne dei bisogni. In forma estrema ciò accade allorché le pulsioni vengono mortificate, secondo quanto insegna la saggezza orientale e la pratica dello Yoga. Se la cosa riesce, ne deriva indubbiamente anche la rinuncia ad ogni altra attività (è la vita stessa a essere sacrificata) ossia, in modo diverso, si ottiene ancora una volta soltanto alla felicità della quiete. Il medesimo cammino viene da noi percorso, sia pure in vista di mete più modeste, quando miriamo soltanto al governo della vita pulsionale. Prevalgono allora le istanze psichiche superiori che si sono assoggettate al principio di realtà. ... Ciò comporta tuttavia anche un’innegabile riduzione delle possibilità di godimento. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale selvaggio, che l’Io non controlla in alcun modo, è incomparabilmente più intenso di quello che si ottiene saziando una pulsione addomesticata. L’irresistibilità degli impulsi perversi, e forse in generale il fascino del proibito, trovano qui una spiegazione economica.”(S. Freud, Il disagio della civiltà - 1929)

Freud, i cui scritti trovo ancora molto attuali, sostanzialmente, e rispettando la legge di base della sua creatura la ‘psicoanalisi’, cerca di fornire due spiegazioni psicologiche della spiritualità, cioè due motivazioni, o meglio, la genesi di esse, come dinamiche psicologiche che rispondono ai bisogni di stare al mondo da parte dell’uomo. Uno legato all’‘invenzione’ di Dio, al bisogno da parte dell’uomo di avere un Dio, l'altro legato alla presenza di questo sentimento ‘oceanico’, che qualcuno ritiene in quanto ‘struttura’ psichica appartenga a tutti gli uomini, teisti e non, almeno a quelli più evoluti, un prodotto della filogenesi. Se la prima motivazione, cioè l’esistenza di un Dio sembra rispondere al duplice bisogno degli uomini di trovare una spiegazione all'esistenza e al mondo, e alla necessità di avere un Super-Io, universale, e potente, che stabilisca le regole del vivere per la comunità umana, i 10 comandamenti ne sono la logica conseguenza, è ritenuta molto infantile,  per ciò che riguarda il sentimento oceanico, lo stesso, sembra abbia una ragione più legata ad un bisogno, o meglio ad una mancanza in origine, di quell’amore materno, senza del quale, ci sentiamo feriti nel nostro narcisismo, e che ricercheremo per tutta la vita magari costruendoci un oggetto d’amore che risponda e sostituisca questa mancanza.  

Queste posizioni, che potrebbero essere considerate un po’ datate frutto del momento storico, e il risultato di una ricerca storica che risponde al bisogno di puntellare una mia posizione iniziale appiattita sul pensiero freudiano, sono state confermate proprio in questi giorni da un eminente biologo italiano di fama internazionale, Edoardo Boncinelli, che ha dato alle stampe un libro dal titolo ‘Contro il Sacro - perché le fedi ci rendono stupidi’, titolo assolutamente esplicativo del suo pensiero. Lo stesso scrive: “ Il senso del sacro è profondamente radicato in noi e la sua necessità e portata storica, come abbiamo visto, possono essere comprese considerandole da molteplici punti di vista, incluso quello dei suo profondo significato evolutivo. Si direbbe che del sentimento del sacro il nostro animo non possa proprio fare a meno. Ciononostante, non credo sia vero che "il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza", come abbiamo sentito affermare a Mircea Eliade all'inizio del libro. … L'idea del sacro è nata originariamente anche per farci vincere la paura: paura dell'ignoto, l'imprevedibile per molti. C’è riuscita? Direi proprio di no. Il sacro è pesantemente intessuta di paura, quando non è proprio terrorizzante. ... Il sentimento del sacro è universale, in virtù di un certo numero di funzioni positive che esercita - e soprattutto ha esercitato in passato - nei gruppi sociali umani più ristretti o più estesi. Come tutto in noi, ha una radice biologica e uno sviluppo eminentemente culturale. … Quella che poteva essere una funzione di aggregazione rischia spesso in questo modo di risolversi in un rovinoso ruolo disaggregante quando non deflagrante. ... Dove conta l'immediatezza e l'emotività, la natura aprioristica del sacro è benvenuta; è però vero il contrario quando acquistano valore la discussione e la razionalità. Già la razionalità, la croce e la delizia dei nostri giorni. La capacità di un ragionamento di essere consequenziale e non troppo partigiano. Qualcuno con disprezzo lo definisce neutro e talvolta arido. Ma la fertilità si paga, abbiamo visto, con l'approssimazione e soprattutto con l’ambiguità, la strategia, magari inconsapevole, di tutti i dottor Azzeccagarbugli di questo mondo. ... Ma si può vivere di sola razionalità? Si direbbe di no. Occorre anche una certa dose, magari non secondaria, di irrazionalità. Il problema non è, a mio giudizio, quello di sopprimere l’irrazionalità. … A tale proposito dobbiamo registrare che c’è chi sentenzia che anche la scienza, che noi riteniamo eminentemente razionale, è una mitologia, se non una superstizione. Ebbene, se lo è, lo è per affermare il contrario di quanto fanno le dottrine antiche e moderne che si fondano sul sacro e tirano così spesso in ballo il miracoloso…Si può vivere senza il sentimento del sacro, allora? Ciascuno di noi crede in qualcosa e lo assume praticamente come sacro; il punto è che possiamo coltivare qualcosa di sacro, purché sia stato scelto come sacro da noi e,  soprattutto, a posteriori. Ciò è probabilmente lecito; è l'assunzione del sacro a priori che non va. La cosa peggiore che possa capitare - ma quante volte capita! - è probabilmente rappresentata dall’essere convinti di credere in qualcosa finché c'è da polemizzare, pur non credendoci veramente. In questo modo si assommano i due inconvenienti del ragionare in modo ottuso e intransigente, senza avere il conforto che può dare il crederci fino in fondo.”

Rudolf Otto, uno dei maggiori pensatori dell’argomento, ne “Il Sacro” (1917), scrive, “L’‘irrazionale’ non è dunque in nessun modo uno ‘sconosciuto’, un ‘non conosciuto’. Se così fosse non potremmo nemmeno dire che è un ‘irrazionale’. Esso è ‘inconcepibile’, ‘inafferrabile’,  'incomprensibile’ razionalmente. Però può esser colto dal ‘sentimento’.”

E a proposito del primo Dio degli uomini, severo, con il ruolo di un Super-Io arcaico, lo supera riportando le parole dell’apostolo Paolo, “Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per farvi ripiombare nel timore, ma avete ricevuto uno spirito filiale, per mezzo del quale gridiamo: “Abba, Padre!”. Qui Paolo ha toccato la meta e il centro, ha rotto definitivamente il vincolo con la vecchia religione, e ha individuato la nuova scoprendone il ‘principio e l'essenza’. E questo ‘principio’ e questa ‘essenza’ sono quegli stessi condivisi dai primi pescatori del mare di Galilea e sono rimasti gli stessi attraverso tutta la storia del cristianesimo. Con essi è entrata nel mondo la nuova attitudine dinanzi al peccato e alla colpa, alla legge e alla libertà, con essi, a norma del ‘principio’, sono conferiti la ‘giustificazione’, la rinascita, il rinnovamento, l’elargizione dello Spirito, la nuova creazione, la beata libertà dei figli di Dio. Tali o simili espressioni, dottrine, cicli ideali, e la conseguente profonda speculazione poterono nascere quando la Parola suscitò lo spirito che le corrispondeva.”

E Joseph Marechal, gesuita e psicologo, in “Psicologia e mistica” (1912), scrive a proposito della mistica, “Cerchiamo ora tra i nostri contemporanei occidentali qualche esempio di stati di illuminazione, di ‘presenza’ trascendente, che richiama l'unione mistica. Questi Stati possono presentarsi al di fuori di ogni influenza e di ogni interpretazione religiosa. Tale il caso di un amico di W. James che provò spesso il sentimento intenso di una presenza sovrasensibile. … Il soggetto di questa ‘esperienza’ mente acutissima a detta di James, non la interpretò, peraltro, come una manifestazione divina. Sarebbero numerosi gli esempi che si potrebbero porre sotto la rubrica ‘Cosmic Consciousness’, inventata da uno psichiatra canadese il dottor Bucke. La ‘Coscienza Cosmica’ non è una semplice esaltazione o una espansione della coscienza ordinaria, è una funzione nuova che richiama, in un altro ordine, l'intuizione diretta che abbiamo del nostro io; “ è la coscienza del cosmo, della vita è dell'ordine dell'universo. Questa coscienza si accompagna ad una illuminazione intellettuale che basterebbe da sé sola ad elevare l'individuo a un nuovo piano di esistenza [...] Vi è unito uno stato di esaltazione morale, un indescrivibile sentimento di elevazione [...], una specie di senso di immortalità, una coscienza di vita eterna; non solamente la convinzione che questa vita la si otterrà, ma la coscienza che già la si possiede”.

Allora abbandonata l’idea del Dio severo, rimane il Dio buono, Dio d’amore, amore paterno, ed il sentimento ‘oceanico’, la presenza di questa ‘naturale’ spiritualità che ci fa essere ‘mistici’, proprietario di una mistica ’naturale’ anche in mancanza di un Dio, o meglio, anche in presenza dell’idea di un Dio ‘confuso’, sembra di un Dio ‘sé’.

Il Dio dell’avvento, del Nuovo Testamento, sembra rispondere al bisogno di un oggetto sé, di una figura che dispensi amore. In questa seconda prospettiva si può spiegare la ricerca che, più o meno tutti noi, facciamo per via mistica di quell’oggetto ‘amore’, vissuto per troppo poco tempo per l’avarizia, o per l’incapacità, di chi lo doveva dispensare, ed ora è indispensabile allucinarlo. Unico oggetto che può produrre in noi quell’euforia che chiamiamo incoerentemente ‘nirvana’. Un oggetto sé che si presentifica, e che non avendo la capacità di prodursi per autopoiesi, può essere da noi inseguito, cercato, e rappresentato, con le dovute pratiche. E un po’ quello che sostiene nei suoi scritti Leonardo Ancona, psichiatra e psicoanalista cattolico, morto di recente, che fa riferimento alla teoria di Donald Winnicot.

Ma proviamo ad andare oltre, nel suo splendido libro scritto nel 1926, ed oggetto di molte ristampe per la sua profondità e compiutezza, ‘Mistica orientale, Mistica occidentale’, Otto Rudolf, sottolinea come la diversità sostanziale tra le due mistiche dipenda dall’idea che del Dio, le due ‘spiritualità’ hanno. Rudolf Otto, nel libro, che mette a confronto due grandi personaggi mistici, uno occidentale Eckart, e l’altro orientale Sankara, riconosce una base comune legata all’intensità ed alla serietà delle due filosofie, ma poi ne mette in evidenza la differenza sostanziale, la concezione di Dio. Di fronte ad una religione induista senza un Dio che si rivela, vi è una religione Cristiana che, proprio sulla rivelazione del Cristo, del Dio che si fa uomo, costruisce la sua mistica.

Nel libro si fa cenno ad un filone di Yoga religione con la presenza di un Dio, ma sembra che poi questa prospettiva sia stata abbandonata, ed è rimasto uno Yoga senza Dio, o meglio con un Dio, confuso con l’uomo, e con il mondo.

Quindi il Dio occidentale, giudaico, assume le sembianze di una presenza reale, che può essere più facilmente sentita e riconosciuta tramite un percorso ascetico. In questo percorso di incontro e di ricerca tutta la pratica degli esercizi spirituali di Ignazio Loyola rappresentano un esempio di come di debba cercare fuori di noi, anche se tramite noi, un Dio, seppur a nostra immagine, altro da noi. L'altra posizione, quella orientale yogica, ricerca un Dio molto vicino a noi, già presente dentro di noi. Cerca un oggetto sé, e non un oggetto altro, è un sentimento di finitezza determinato da un’assenza che viene in qualche modo riempito da questo Dio-Uomo. La mistica orientale risponde di più a quel sentimento ‘oceanico’, a quel sentimento di spiritualità universale di cui abbiamo già parlato. La distinzione che caratterizza, e produce la cesura più profonda ed incolmabile, tra le due filosofie, è la convinzione di essere di fronte ad un Dio immanente o ad un Dio trascendente. Tra una visione dualista del mondo, la presenza di bene e male, di Dio bene e di Diavolo male, o monista, nella quale tutto è visto nella prospettiva che siamo naturalmente ‘ambivalenti’. La filosofia yogica orientale è assolutamente ‘monista’, ed è esclusivamente immanente.

È evidente che un Dio trascendente è un Dio che si deve presentare, che esiste, che è incombente, è legato ad un’epifania, quindi tutta la mistica sarà rivolta alla ricerca di un dialogo tra l'uomo e questo Dio, che per quanto fatto uomo è altro. Con questo Dio si può instaurare un dialogo diretto, con le preghiere e le richieste, forse in questa ricerca vi è una contraddizione in termini, quando l'uomo, il mistico cristiano, cerca il Dio giudaico, e lo cerca in sé, vuole che questo oggetto si presentifichi, è un sentimento di presenza che si ricerca per tutta la vita, e che psicologicamente potrebbe produrre uno stato di assenza del sé. Si vuole quasi toccarlo, ed è per certi aspetti paradossale perché essendo un qualche cosa che esiste dentro di me non può non essere considerata un'estensione del sé.

Quindi questa visione trascendente di Dio, questo Dio fatto carne, ma anche questo Dio ebraico, più arcaico, presente nel Vecchio Testamento e nel Nuovo Testamento, comporta una mistica di contatto, di ricerca, e di dialogo. Per certi aspetti è più interpersonale, esiste una relazione, una mancanza dell’altro, ed una sua ricerca,  ma è una relazione escludente, comunque solipsistica. Per un Dio immanente la cosa è molto diversa, perché il Dio immanente, è un Dio che deve essere ancora raggiunto, per un Dio immanente, quindi universale, è più vicino all’idea panteista, è una ricerca di una rappresentazione di Dio che può essere anche lo sviluppo di un sé, anzi nel Dio immanente è proprio lo sviluppo del sé quello che nella filosofia yogica è rappresentato dall’Atman. E’ quello che io posso aggiungere con lo sviluppo delle mie facoltà, posso considerare l'uomo ancora in fieri, ancora come un prodotto che può essere migliorato, è per l’appunto una visione monistica.

Per Otto Rudolf, anche se, “Ogni religione, infatti, cerca un elemento ultimo altissimo e la salvezza in esso, cerca la pace e la comunione con un essere straniero, inaccessibile e indicibile, e con ciò cerca un superamento del naturale e del creato, la liberazione e il compimento in un vertice che appare agli occhi naturali esaltato e vertiginoso.”, poi sottolinea le differenze tra  Eckart e Sankara. tra il Dio cristiano e l’Atman yogico. “Entrambe sono mistiche, ma l’una e mistica della ‘visione interiore’, l'altra della ‘visione dell'unità’. Dobbiamo trattare dettagliatamente della loro differenza e del loro intrecciarsi. L’esperienza mistica è, malgrado ampie concordanze formali, capace di molteplicità e i suoi contenuti possono variare singolarmente. Gli stati d'animo e sentimenti con cui muove i cuori possono differire tra loro ed essere diametralmente opposti. L’estraneità reciproca dei mistici può giungere fino alla opposizione alla lotta.” … “L’  Atman, la cui conoscenza opera la salvezza, la non-conoscenza il legame con il mondo, e che è la radice del mondo, che tutte le creature hanno per fondamento, grazie al quale tutte sussistono, tutto è essenziato, il non nato, l'immortale, senza timore, il buono, senza dualità - esso è il reale. Esso è il tuo sé. Perciò tu sei questo. E’ proprio in questa prospettiva che si evidenzia l'originalità dello yoga, e il corpo come un mezzo per raggiungere quel sé sviluppatore di una nuova generazione. Il corpo nella mistica e nella spiritualità occidentale cristiana deve essere in parte umiliato, messo a tacere con le sue richieste terrene, e quindi il concetto cartesiano viene esaltato considerando la res cogitans la parte, l'unica parte che può raggiungere Dio, trovarlo dentro di sé. Nello yoga l'uso del corpo la relazione mente corpo, questo equilibrio deve essere comunque raggiunto, e può essere raggiunto esaltando la mente, e facendo anche in questa prospettiva della mente la potenza massima. Ma è successo qualcosa nello sviluppo di questa pratica che ha fatto comprendere come non si possa non considerare il corpo una parte importante, il mezzo attraverso il quale è possibile comunque raggiungere un sé coeso. Lo Yoga, e la sua pratica, anche se è legato ad un'idea di Dio molto diversa da quella cristiana, non è apertamente ostacolata perché non propone un nuovo Dio. Viene considerato un percorso di crescita personale o più banalmente la pratica di tecniche legate più ad un equilibrio mente-corpo, al tempo libero ed al benessere, che non hanno contenuto religioso. Il maestro James lo dice, e lo riportiamo nella meditazione che fa all'inizio di questo scritto, non si pone il problema di definire di che Dio stiamo parlando, ognuno avrà il suo Dio, lo Yoga è un  percorso che deve permetterci di conoscere totalmente le nostre potenzialità, e questo è possibile solo se l'uomo si propone con la propria volontà di seguire pratiche che richiedono comunque un discreto sacrificio, e quindi sia per la mistica che prevede un Dio altro, sia per la mistica che lascia sospesa l'idea di Dio, la pratica, in qualche caso il sacrificio rappresentano un indispensabile percorso per dare spazio alle potenzialità umane. Ecco perché allora è terribilmente importante sapere quando si parla alle persone che vengono allo Yoga la differenza della mistica. Non si può far passare un messaggio confuso, meglio stare zitti e fare pratica. In questo percorso si pone al centro l'uomo e per certi aspetti è analogo allo sforzo e al tentativo, o processo di cura, che avviene in psicoanalisi quando si è in presenza di un Io fragile, fragile ed incompiuto. Allora anche lo Yoga può essere considerato, per certi aspetti, un percorso di cura, anche se limitato ad una manutenzione. Il raggiungimento di una maggiore consapevolezza, di un sé che avrà a che fare con il mondo.  

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